Eminente Vaticanista: L’opposizione a Bergoglio nella Curia romana è al 100 per cento

Roma: 14 gennaio 2020: Mentre i cattolici di tutto il mondo sono sotto shock per l’apparente eclissi della Chiesa cattolica a causa delle eresie oltraggiose, delle bestemmie e degli trucchi politici di Jorge Mario Bergoglio, una parola di grande consolazione si sta per essere pubblicato su blog di From Rome, domani mattina:

L’opposizione a Bergoglio nella Curia romana è al 100%. Lo vogliono fuori!

Lo dice uno* dei famosissimi vaticanisti di Roma che ha servito nella Città Eterna per decenni. Ha una profonda e capillare rete di informatori al Vaticano e nella Curia Romana. Da tutti che lavorano là egli sente la stessa voce. Nessuno vuole l’argentino. Stanno contando i giorni!

________________

* Per la sua security personale la Redazione ha deciso di non nominargli.

________________

CREDITS: L’imagine in evidenza è stata scattata da un fotografo del White House, e quindi è in dominio pubblico

Benedetto è il papa senza ogni dubbio canonico

L’8 Gennaio 2020: Papa Benedetto è il vero unico Romano Pontefice senza ogni dubbio canonico. Quest’affermazione è la conclusione necessaria dell’argomento canonico proposto prima dall’Associazione internazionale “Veri Catholici” pubblicato il 19 Dicembre 2018 al loro sito e in traduzione italiana il 22 Dicembre 2018 qui.

Oggi, quasi un anno dopo, possiamo annunciare che lo stesso argomento canonico è stato accolto dal famoso sacerdote palermitano, Don Alessando Minutella.

Pubblicamente attaccato in un modo gravissimo per qualche anno, Don Minutella ha sofferte tanti disagi e tante calunnie per il fatto semplice che sostiene Papa Benedetto XVI come il vero unico papa. Colpito da sanzioni finte annunciate da Bergogliani usurpatori,* egli da esempio di uno dei più fedeli e coraggiosi sacerdoti della epoca moderna per opporre la mafia ecclesiastica in ogni punto e al rischio proprio. La Chiesa Romana quindi ha un grandissimo debito di gratitudine nei confronti di Padre Minutella per il ministro sacro nella verità che svolge in Cristo Nostro Signore per il nostro vero Vescovo e Papa, Benedetto XVI.

Quindi è un onore proprio per la Redazione ripubblicare il suo annuncio di oggi, per fare capire a tutti che l’argomento canonico in se stesso è oggettivamente valido e che tutti possano comprendere se hanno un mente onesta aperta alla verità.

BENEDETTO XVI E’ IL PAPA. DICIAMOLO CON FORZA. NON E’ UN CRIMINE. E CHISSA’ SE MONSIGNOR VIGANO’…
LEGGETE CON ATTENZIONE…

Di don Minutella

. . . (per il testo intero va al https://www.facebook.com/1736683333243587/posts/di-don-minutellabenedetto-xvi-e-il-papa-diciamolo-con-forza-non-e-un-crimine-e-c/2513737615538151/ )

L’indizio da cui partire, per tentare (inutilmente) di creare criteri di ragionevolezza delle argomentazioni e provare a sfondare il muro di omertà, è quello della stessa Declaratio (dichiarazione), con cui Benedetto XVI ha rinunciato all’esercizio del ministero. Tale dichiarazione, risalente a quell’indimenticabile 11 febbraio 2013, conclusosi con il fulmine sulla cupola di san Pietro, è accompagnato da non pochi e vistosi indizi che lasciano aperta la questione, già da subito, circa la validità, persino formale, delle dimissioni.

Ora, a riguardo dell’ipotesi dell’invalidità delle dimissioni del papa, quanti tra i cattolici la sostengono, sono per questo condannati dal diritto canonico? La risposta è no, e dunque non è peccato dubitare, quando le prove sono ragionevoli, che le dimissioni restino invalide.

Diversi studiosi hanno avanzato non pochi ragionevoli dubbi circa la validità formale della stessa Declaratio.

Pronunciata in latino, scritta dallo stesso Benedetto XVI, riportata poi dagli organi di stampa vaticana con dei cambiamenti, la Declaratio nella sua parte più importante recita così: “quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare”. La traduzione è la seguente: “per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005”.

Dunque, Benedetto XVI rinunciava soltanto al ministero, non al cosiddetto munus petrino. Il munus, infatti, è incedibile, perché Nostro Signore ha voluto consegnarlo alla singola persona di Pietro e in lui ad ogni legittimo e valido successore. Il munus è ad Petri personam, cioè investe la persona stessa del papa che salvo casi rarissimi non può che assumerlo fino alla morte. Il papa ha consegnato soltanto il ministero, perché pressato dai poteri forti e perché ancora consapevole che era giunto il tempo dell’attuazione del Terzo Segreto di Fatima da lui per anni approfondito. Il trono petrino andava ora consegnato, per un tempo noto solo a Dio, ai nemici della Chiesa, ma il munus, e cioè quindi le chiavi, il papa lo portava con sé. E così egli portava con sé anche la vera Chiesa cattolica. Solo una mente acuta e nobile, capace come poche altre di stare di fronte a Dio e a sé stessa, poteva azzardare una simile mossa che in effetti non smette di imbarazzare e confondere le mosse altrimenti occulte della falsa chiesa e del falso papa.

Benedetto XVI sapeva certamente che cosa prescrive il canone 332 §2 per la validità delle dimissioni del papa: “si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quopiam acceptetur”. Dunque il requisito è che il papa rinunzi al munus (muneri suo renuntiet), ma Benedetto XVI nella Declaratio non rinuncia affatto al munus. Alcuni hanno sostenuto allora che il ministerium va supposto e compreso quale munus, ma il canone 17 ricorda che quando è in dubbio l’interpretazione della legge, si deve ricorrere ad altre parti della legge stessa: “Le leggi ecclesiastiche sono da intendersi secondo il significato proprio delle parole considerato nel testo e nel contesto; che se rimanessero dubbie e oscure, si deve ricorrere ai luoghi paralleli, se ce ne sono, al fine e alle circostanze della legge e all’intendimento del legislatore”. Il codice dunque non autorizza in nessuna parte che il ministerium corrisponda al munus. Il canone 145 § 1 definisce ogni ufficio ecclesiastico quale munus, non ministerium, pertanto tutti i cattolici devono, se non riconoscere a norma del diritto l’invalidità delle dimissioni, almeno dubitarne.

Ora, siccome il munus petrinum non è condivisibile con altri, ciò significa che l’elezione di un altro papa è contraria alla legge divina e alla legge canonica. Badate bene: nel testo della Declaratio il papa non ha ordinato espressamente che venisse convocato un Conclave.
Finora una potente regia, mossa da una macchina del potere nascosta, è riuscita a ghettizzare le voci profetiche. Padre Malachi Martin o padre Gruner, per fare solo due nomi, sono morti pressoché nell’indifferenza generale. Eppure dicevano cose vere, e per questo scomode.

Sarà così anche per noi? La nostra battaglia in difesa di papa Benedetto quale esito avrà? Saremo anche noi destinati al fallimento?

No!

Ce lo assicura la Santa Vergine che, nelle apparizioni in Equador, riconosciute dalla Chiesa, e avvenute nel diciassettesimo secolo, anticipavano i tempi di prova che stiamo vivendo, con l’assalto finale della massoneria al trono di Pietro. La Madonna dirà: “quando la malvagità sarà trionfante, sarà giunta la mia ora, in cui io, in maniera meravigliosa, detronizzerò il superbo e maledetto satana, ponendolo sotto il mio piede e incatenandolo nell’abisso infernale, liberando così finalmente la Chiesa”.

La Madonna ha parlato anche di un prelato che, forte e coraggioso, prenderà in mano le sorti della Chiesa e che “ristorerà lo spirito dei suoi sacerdoti. Il Mio Santissimo Figlio e io ameremo questo figlio privilegiato con un amore di predilezione, e noi gli faremo dono di rare capacità: umiltà di cuore, docilità alla divina ispirazione, forza per difendere i diritti della Chiesa, e di un cuore tenero e compassionevole, cosicché, come un altro Cristo, egli assisterà i grandi e i piccoli, senza disdegnare le anime più sfortunate che gli chiederanno un po’ di luce e di consiglio nei loro dubbi e sofferenze. Con divina soavità, egli guiderà le anime consacrate al servizio di Dio nei conventi, alleggerendo il giogo del Signore il quale ha detto: ‘il mio giogo è dolce, e il mio carico leggero’. Le bilance del Santuario saranno poste nelle sue mani, in modo che tutto sia pesato con dovuta misura e Dio sarà glorificato”.

Chissà, forse è venuto il momento di intravedere questo prelato.

E se fosse monsignor Viganò il prescelto?

Noi siamo qui. In unione con Benedetto XVI.

________

* Notiamo che secondo il Codice di Diritto canonico di 1983, per la Chiesa di Rito Latino, una scomunica non possa essere annunciata o imposta da un scismatico o da un usurpatore. Ma essendo che Papa Benedetto non ha mai nominato il Padre Lorefice, sacerdote della Diocesi di Noto, come Arcivescovo di Palermo, il Padre Lorefice non ha nessun diritto di scomunicare nessuno, ma in fatti, al contrario, Padre Lorefice – se con la sua conoscenza o non con la sua conoscenza – ha ricevuto consacrazione episcopale senza mandato pontificio e quindi è stato scomunicato latae sententiae dallo stesso canone che puniva il Arcivescovo Lefebvre nel 1988. In più, l’annuncio di scomunica che emanava dalla Curia Romana contro il Don Minutella è anche invalida per mancanza di delega pontificia da Papa Benedetto, perché essendo Papa Benedetto ha rinunciato al ministero nel Feb. 2013 e essendo che i Cardinali non hanno chiesto lui mai per il suo consenso in forma canonica per le loro attività dopo il Feb 28, 2013, tutto che essi fanno è senza delega pontificia secondo la norma della legge.

Quindi, Don Minutella non è stato scomunicato? No, in nessuno senso legittimo. Quindi, è ancora parroco della sua parrocchia a Palermo? Sì, secondo la norma della legge non ha perso il suo munus come parroco.

Qui, si devo notare che il consenso tacito non è valido quando il quale che ha il potere non pensa di averlo più. Infatti, quando il Romano Pontefice rinuncia al ministero petrino, senza delega in forma specifica nessuna altro possa esercitar quel ministero petrino o quel potere petrino legittimamente. Questa è vera per tutti gli atti della Curia Romana dopo il 28 Febbraio 2013 fino ad oggi.  Inoltre, si deve notare che le pene ecclesiastiche in molti casi non sono imposte dalla legge per motivi di mancanza di malavoglia nel atto, quindi parliamo di pene qui secondo la norma non secondo la realtà e lasciamo al Papa Benedetto e a suoi successori legittimi la decisione di imporrle o no.

In fine, tramite l’espressione, “Padre Lorefice” non è l’intento della Redazione di negare la validità della sua consacrazione episcopale ma solo di mettere in evidenza che il suo stato canonico secondo l’ufficio è ancora come fu al tempo della Rinuncia di Papa Benedetto.

CREDITS: L’immagine in evidenza si trova sul web senza attribuzione. Si presume fair use e dominio pubblico.

Prete al Trionfale scomunica fedele leale al Papa

Roma, il 5 Gennaio, 2019: Un sacerdote belga ha scomunicato un fedele romano al Trionfale per “non essere in comunione con papa Francesco”.  Ha fatto proprio al momento in cui il fedele si è inginocchiato per ricevere il Santissimo Sacramento!

Il prete, che si dice essere il Parroco, non stava per dare comunione ma entrava la Chiesa arrabbiato per aver ricevuto nelle buste di offerta qualche oltre che soldi. Sembra un scritto piegato. Evidentemente invece di pregare la Messa egli conta i soldi appena ricevuti dopo l’offertorio.

La chiesa è sede titolare del Cardinale Joseph William Tobin, Arcivescovo di Detroit, negli Stati Uniti d’America.

Comunque, il parroco della Parrocchia Santa Maria delle Grazie al Trionfale (nome del quartiere) si identifica sul sito della parrocchia quale Don Antonio Raimondo Fois, così:

“nato nel 1969, di nazionalità belga. E’ stato ordinato sacerdote il 14/05/1995 a San Pietro in Roma. Ha assunto l’incarico di parroco della Parrocchia Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale il 01/09/2015.”

Quindi, neanche romano, neanche cittadino Italiano. Al contrario, il fedele scomunicato è cittadino italiano residente a Roma.

La parrocchia si distingue a Roma per il fatto che nel presepe natalizio suo si è stata messa una statuina bambola di Bergoglio inginocchiandosi davanti il Bambino! Una cosa pazzesca!

In riguardo alla scomunica, non è chiaro che è successo, ma per evidenziare lo scandalo, pubblichiamo qui un trascritto del testimonio del fedele punito improvvisamente al momento di comunione.

Sono stato alla messa delle 9 del mattino nella parrocchia di Santa Maria della Grazie al Trionfale, a circa 500 metri a nord delle mura vaticane, quando un prete con la tonaca nera si avvicinava alla linea della comunione dove mi trovavo, e mentre mi inginocchiavo, scosse il pugno contro di me gridando: “Hai scritto questo? Non puoi ricevere la comunione qui, perché rifiuti Papa Francesco! — Ero completamente scioccata e costernata. Urlava come un pazzo che si chinava verso di me, mentre io restavo in ginocchio davanti al sacerdote che distribuiva. Gli dissi: “Accetto il Papa. Sono cattolico.” Lui ha insistito che non ricevessi. Mi alzai e chiesi: Chi sei tu? Mi disse che era il parroco. Gli ho detto che non ha il diritto di negarmi la comunione. Disse che i suoi superiori glielo avevano ordinato. Chiesi quali superiori. Mi disse che aveva fatto una telefonata al Segretario di Stato in Vaticano (che non è il suo immediato superiore, il Vicario di Roma lo è) e che l’Assessore del Segretario di Stato gli aveva detto di rifiutarmi la comunione nella sua parrocchia. Ha detto che mi ha denunciato per distribuire l’opuscolo in mano. Non avevo gli occhiali indossi e quindi non potevo vedere se era qualcosa che avevo scritto o distribuito. Gli ho detto che avrebbe dovuto seguire il diritto canonico, se ha voglia che la sua pena di scomunica abbia forza di legge. Che doveva avvertirmi 3 volte e che doveva emettere la sua decisione per iscritto. Ha rifiutato. Gli ho detto, davanti a tutta la congregazione, che mi appello al Papa! Lui ha rifiutato lo stesso. Ho fatto notare ad alta voce che rifiutava l’autorità della Sede Apostolica se rifiutava il mio appello. Insistette nel rifiutarmi la comunione. Così ho lasciato la fila e l’ho affittata. E ordinò al sacerdote e alla suora che davano la comunione di togliere il sacramento ai fedeli. Me ne andai piangendo che mi era stato negato il Signore sacramentato senza motivo.

Che tipo di misericordia è questa? Scomunicato mediante una telefonata! Senza indagine, senza dialogo, senza osservanza delle norme canoniche per le pene. Ecco la Nuova Chiesa Bergogliana!

Domani, forse, nuove scomuniche per chi non è accordo con qualche detto del Misericordioso Argentino!

Comunque, il rifiutare di comunione con altri membri della Chiesa Cattolica è reato canonico di scisma che è punita nel Codice di Diritto canonico con la scomunica latae sententiae (canone 1364, cfr. canone 751). Sembra che il Don Fois per rigettare l’appello del fedele al Santo Padre e per negargli il Sacramento ha fatto un doppio atto di scisma con la Santa Sede e con il fedele.

L’ironia è che la Parrocchia si impegna nel anno pastorale di 2019 e 2020 ad ascoltare i bisogni della città, secondo il sito della nostra Diocesi! Dire che qualche cosa non va al Trionfale sarebbe eufemismo!

__________

CREDITS: L’immagine in evidenza da Wikimedia Commons è stato scattato da Sergio D’Affito e si usa qui sotto Creative Commons License BY-SA-4.0 come indicato sulla detta pagina.

Che vuole dire, «Essere leale al Papa»?

. . . se non ci sentiamo obbligati a conoscere chi è il vero Papa?

Ormai la voglia politica sostituisce la voglia di verità, e la dittatura di relativismo si esalta ai cieli. Quindi, abbiamo il dovere di distinguere la falsità dalla verità.

Il criterio di la verità è diverso secondo le diverse materie. In un ballottaggio la verità politica consiste nei numeri di voti. Nelle scienze empiriche la verità consiste in ciò che si può osservare e dimostrare in maniera ripetitiva. In tema di Fede la verità consiste nell’insegnamento rivelato da Dio. Ma nella questione di chi è il vero papa e chi non lo è, la verità consiste in Diritto canonico, perché la legge ecclesiastica regola chi possiede un pretesa valida e legittima e chi non la ha.

Come tutti sappiamo, non è la voglia, né la popolarità, né un sondaggio che convalidano un uomo papa. Un uomo diventa papa solamente quando è eletto in un Conclave. Ma per essere più precisi un uomo si fa papa quando ACCETTA la sua elezione canonica in un Conclave legittimo. Un Conclave legittimo è un conclave che segue la legge papale di Papa Giovanni Paolo II, Universi Dominici Gregis, sui conclavi durante una sede vacante. (Per il testo, va al vaticano.va).

Ovviamente quindi anche se tutti i Cardinali dicono che qualcuno è il papa che non è stato eletto così, non è il papa, perché anche i Cardinali devono osservare il Diritto canonico della Chiesa Cattolica. Infatti, il Canone 359 dice espressamente che i Cardinali non hanno nessun potere di decisione quando la Sede Apostolica è vacante.

Quindi, per conoscere chi è il vero papa, non è sufficiente di riconoscere come tale chi è stato eletto in un Conclave. Ogni cattolico anche ha il dovere di verificare se c’è stata una sede vacante.  Ma ovviamente, quando un papa muore il problema non esiste perché c’è una salma.

Ma quando un Papa rinuncia? Ecco presentarsi il problema.  Infatti Papa Giovanni Paolo II ha previsto espressamente la possibilità di una rinuncia invalidante nella sua legge per i Conclavi, Universi Dominici Gregis al paragrafo 3, e al paragrafo 37 dove si ne fa una menzione indiretta.

Papa Giovanni Paolo II ha previsto anche la possibilità di una rinuncia invalidante quando ha promulgato il nuovo Codice di Diritto Canonico nel 1983, perché in canone 332 §2, si parla in questi termini di una rinuncia papale:

Canon 332 § 2.  Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, ad validitatem requiritur ut   renuntiatio libere fiat et rite manifestetur, non vero ut a quopiam acceptetur.

Che è in italiano significa:

Canone 332 §2. Se succede che il Romano Pontefice rinunci al suo munus, per la validità si richiede che la rinuncia sia fatta liberamente e sia manifestata debitamente, ma non che sia accettata da qualsiasi.

Vediamo che in molte traduzione la parola latina munus venga tradotta come l’ufficio in ragione del fatto che il canone 145 §1 l’ufficio ecclesiastico (officium ecclesiasticum) si definisce come un munus. Questa traduzione, tuttavia, non è fedele, perché uno ufficio ecclesiastico è un dignità legale. Ma il munus petrino è una dignità soprannaturale, un dovere evangelico e un incarico concesso da Gesù stesso, a ragione per cui tutti il Diritto canonico lo definisce un ufficio ecclesiastico a norma di legge.

A questo punto è importante notare che in ogni discussione di diritto canonico, il testo latino è il presupposto del testo giuridico. Quindi, in ragione di questo Papa Benedetto XVI l’11 Febbraio 2013 ha fatto la sua dichiarazione in consistorio con i Cardinali esprimendosi in lingua latina, dicendo in prima persona (come Joseph Ratzinger):

Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV commisso renuntiare ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.

Una rinuncia papale è un atto giuridico speciale

Una rinuncia papale è un atto giuridico speciale. Come il Mons. Arrieta, Segretario per il Consiglio Pontificio per testi legislativi ha affermato l’11 Dicembre 2019 durante il suo incontro con Frà Alexis Bugnolo: una rinuncia papale non è soggetta alla interpretazione di nessuno, cioè nessuno nella Chiesa ha il diritto ad interpretarla. Neanche il papa. Perché se la rinuncia è valida, non è più il papa. E se non è valida, la sua interpretazione non la rende valida. “Deve essere certa in se” secondo il detto del Mons. Arrieta.

Quindi, come si vede dal testo latino della Rinuncia (qui sopra), Papa Benedetto ha rinunciato al ministerium. Quindi, non è legittima per nessuno a dire che ha rinunciato ad altro.  In particolare non si consente di dire che egli ha rinunciato al munus o all’ufficio ecclesiastico. Tale spiegazione è una interpretazione che sostituisce la parola “munus” o “ufficium” alla parola “ministerium”. Quindi, di conseguenza, Papa Benedetto è ancora papa. Non c’è stata mai una sede vacante.

La fretta e la mancanza di prudenza dei Cardinali l’11 di Febbraio quindi è stato storico e straordinario

Secondo il Mons. Arrieta, secondo la sua conoscenza, non c’è stato mai un incontro di canonisti in grado di leggere la dichiarazione papale prima che il Padre Lombardo, portavoce per Papa Benedetto, desse via libera alla Sig.ra Giovanni Chirri di ANSA di diramare un tweet annunciando la rinuncia al papato.

Ovviamente quindi nessuno nella Chiesa è obbligato a seguire il Padre Lombardi o la Sig.ra Chirri o i Cardinali nel loro errore. Infatti mediante la Fede divina siamo tutti obbligati a dare ancora la nostra lealtà a Papa Benedetto.

Papa Giovanni Paolo II ha previsto errori di questo tipo quando ha promulgato il Codice di Diritto in 1983. Perché in quel Codice Egli, come Legislatore supremo nella Chiesa, ha cambiato il canone che riguarda la rinuncia del Romano Pontefice. Poiché tanti teologi per quasi 20 anni hanno messo in discussione la possibilità di scindere il governo papale dall’ufficio papale, in vista di una condivisione della dignità papale due persona: una con l’incarico del munus e l’altra con il dovere del ministerium, Egli ha messo un freno a tale eventualità per l’avvenire aggiungendo le parole suo muneri come oggetto del verbo renuntiare (Nel Codice di 1917 il verbo non ha oggetto).  Inoltre, Papa Giovanni Paolo II ha impedito la possibilità di rinunciare ad altro, tramite il canone 188, che dichiara ogni rinuncia viziata da tale errore sostanziale irritus ipso iure, cioè inesistente proprio dalla legge.

Quindi, anche se Papa Benedetto ha voluto di rinunciare solamente al ministerium e conservare il munus non poteva farlo. Inoltre, Mons. Arrieta ha affermato sempre nell’incontro con Frà Alexis Bugnolo, che sarebbe contrario al diritto divino il fatto che il papato sia condivisa tra due persone.

UN OBBLIGO DIVINO PER TUTTI

Tutti nella Chiesa sono obbligati a seguire il vero Papa. Un uomo eletto in un Conclave indetto durante la vita di un papa eletto canonicamente è ovviamente non il papa. Il Canone 359 espressamente vieta i Cardinali di eleggere un altro papa durante la vita del Papa regnante. Il Papa regnante ovviamente è ancora il Papa regnante fintanto che non rinuncia al munus secondo la norma di Canone 332 §2.

Se il Clero in fretta ha obbedito a una giornalista o a un portavoce che non erano periti nella materia di Diritto, questa non obbliga in niente.  Se i Cardinali in fretta e senza giusta discrezione hanno presunto la rinuncia come una rinuncia al papato, questa non obbliga in niente. Anche se Papa Benedetto con la sua età pensa di aver rinunciato al potere o all’ufficio del papato, ma non ha fatto una rinuncia al munus, oppure non ancora vuole rinunciare al munus, perché vuole ancora avere la dignità pontificia, questa non obbliga in niente, perché neanche il Papa ha autorità sopra l’ufficio papale. Solo Cristo il suo creatore la può avere. Quindi neanche l’intento di Papa Benedetto espresso nell’Atto (per fare vacante la sede o per convocare un conclave) può sanare l’errore di non rinunciare al munus.

Che facciamo ora?

Dobbiamo insistere con i nostri parroci perché smettano di nominare l’uomo che non ha il munus petrino nel Canone della Messa e ritornare a nominare Papa Benedetto. Ciascun sacerdote doveva fare ricorso al canone 41 che gli da l’autorità di leggere il testo della Rinuncia e dichiarare la Rinuncia un atto nullo.

Dobbiamo batterci poi perché i Cardinali riconoscano il loro errore e ritornino alla lealtà per Papa Benedetto XVI.  Infine dobbiamo insistere perché l’Arcivescovo Cardinale di Buenos Aires ritorni a casa in Argentina.

Questo è il dovere solenne di tutti i Cattolici Romani. Non possiamo fare altro se vogliamo arrivare in Cielo, perché obbedire ad un antipapa è il più grave peccato di disobbedienza possibile nella Chiesa terrena.

Se Lei vuole diffondere copie di questo opuscolo
Vedi il nostro sito, al menu superiore
Per scaricarlo in PDF

Mons. Arrieta e Frà Bugnolo parlano sulla Rinuncia di Papa Benedetto

di Frà Alexis Bugnolo

Scrivo questo post per ringraziare pubblicamente il Mons. Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, Vescovo titolare di Civitate, nominato da Sua Santità Papa Benedetto XVI segretario del Pontificio Consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi.

L’ho incontrato l’11 Dicembre, 2019 alle 9.45. L’incontro è durato circa 75 minuti. Non ho registrato l’incontro, ma voglio condividere con tutti ciò che ricordo di esso, per la sua grande importanza per la vita della Chiesa cattolica.

Ho iniziato dicendo che ero venuto a discutere l’interpretazione del diritto (interpretatio iuris) o più precisamente il diritto di interpretare atti canonici (ius interpretandi). Il vescovo Arrieta è un esperto in questa materia, avendo prestato servizio come professore di diritto canonico dal 1984 presso la Pontificia Università di Santa Croce, e dal 2003 al 2008 alla Presidenza dell’Istituto di diritto canonico “San Pio X” a Venezia, e come canonista della Penitenzieria Apostolica. Dal febbraio 2007 è stato al Pontificio Consiglio come Segretario del Pontificio Consiglio. Questo titolo non significa che egli è segretario, ma piuttosto, per così dire, vicepresidente del Consiglio.

Voglio sottolineare la dolcezza e il comportamento nobile del Vescovo, che non ha mai usato i ad hominem, non ha mai perso la pazienza e si è mostrato disponibile a discutere le questioni più impolitiche nella Chiesa dal punto di vista del diritto canonico.

Ho iniziato le mie domande con una prefazione, e con il permesso del Vescovo gli ho letto tutto il mio articolo, intitolato ¡Viva Guadalajara!

Durante la lettura, il Vescovo non poteva nascondere il suo divertimento di fronte alla storia fittizia, ma quando mi sono mosso verso i miei commenti su come questa storia si applica non solo ai primi momenti di un papato, ma anche all’ultimo, cioè ad una rinuncia papale, il divertimento sul suo volto è scomparso istantaneamente. – Tuttavia, continuò ad essere educato.

Mi ha confermato i seguenti fatti:

  1. A sua conoscenza, nel febbraio del 2013 non ci sono stati incontri di canonisti che hanno discusso la validità dell’Atto di rinuncia, né se una rinuncia del ministerium ha effettuato una rinuncia al munus.
  2. A sua conoscenza, papa Benedetto XVI non ha mai spiegato a nessun cardinale o canonista in privato se il suo atto ha effettuato una rinuncia al munus petrino o all’ufficio papale.
  3. A sua conoscenza, nessun atto di interpretazione della rinuncia è mai stato promulgato da papa Benedetto XVI.
  4. Mons. Arrieta ha ammesso che gli sono state poste domande sulla rinuncia, l’11 febbraio 2013, ma nessuna domanda riguardava l’uso del termine ministerium invece che munus.

Mi ha confermato anche questi punti di diritto:

  1. Se qualcuno avesse sentito Papa Benedetto XVI nel febbraio del 2013 spiegare o interpretare ufficialmente il suo Atto di rinuncia come atto di rinuncia al munus, e avesse lasciato una testimonianza giurata del fatto, questo non avrebbe alcun valore giuridico. Cioè non farebbe o altererebbe il significato se non lo fosse.
  2. Un atto di rinuncia papale non è soggetto all’interpretazione di nessuno nella Chiesa. Cioè, nessuno ha il diritto di interpretarlo.
  3. Un atto di rinuncia papale, quindi, deve essere certo di per sé. Se non è certo, non è valido.
  4. Non c’è un canone nel Codice di Diritto Canonico che prevede il termine ministerium di un ufficio ecclesiastico.
  5. Ciò che Arcivescovo Ganswein ha detto all’Università Gregoriana – Mons. Arrieta ha ammesso di non aver letto il testo di Ganswein per intero o nell’originale – è impossibile, perché l’Ufficio Pontificio è teologicamente incapace di essere tenuto da più di un uomo alla volta.
  6. È canonicamente impossibile che due persone trattengano l’ufficio papale contemporaneamente.
  7. La Curia romana partecipa al Ministerium petrinum, ma non al Munus petrinum.
  8. Può esserci un solo papa.
  9. Il Papa è soggetto alla legge divina e non può condividere il suo ufficio.
  10. Il Canone 1331 §2, n. 4 permette ad una persona scomunicata di avere un ministero nella Chiesa, ma che c’è una riforma del Codice Penale nelle opere e che questo è qualcosa che verrà affrontato.
  11. Il Canone 332 §2 richiede una rinuncia verbale, non una rinuncia che è significata dai gesti o dopo le dichiarazioni di fatto.
  12. Il principio teologico e giuridico supremo per l’interpretazione degli atti canonici è l’insegnamento di Gesù Cristo, dove diceva: “Che il tuo sì sia sì, e il tuo no, no, qualsiasi altra cosa viene dal diavolo” (Mt 5,37).

Ora, il vescovo Arrieta non era d’accordo con me in tutto. Mi ha detto chiaramente che egli sostiene le seguenti posizioni:

  1. La rinuncia di papa Benedetto era certa e chiara.
  2. La rinuncia significava chiaramente la rinuncia all’ufficio del papato.
  3. È moralmente impossibile a giudizio del vescovo Arrieta, in base alla sua conoscenza dell’uomo, Ratzinger, che papa Benedetto intendeva ingannare chiunque fingendo di dimettersi da una cosa invece dell’altra.
  4. Il Canone 332 §2, per quanto riguarda i requisiti di libertà e di debita manifestazione, non parla di una rinuncia al munus.
  5. La necessità in una rinuncia papale è una rinuncia all’ufficio papale, non al munus petrino, che è un termine canonico che non riflette adeguatamente la realtà teologica.
  6. Nel Codice di diritto canonico non c’è una chiara distinzione tra munus e ministerium.

Riguardo a questa quarta posizione del Vescovo, devo dire che ho cercato di ottenere una parola a margine per obiettare a tale affermazione palesemente falsa, come se le condizioni di validità di un atto di rinuncia al munus riguardassero solo l’atto di rinuncia e non l’oggetto cui si deve rinunciare. Credo che il Vescovo l’abbia appena detto per disperazione perché è logicamente assurdo in faccia, perché non si può leggere una parte di una frase nel canone che riguarda le condizioni di validità e ignorare ciò che è stato detto al inizio del canone come condizione fondamentale per il verificarsi o il discernimento del verificarsi dell’atto in questione!

Quanto alla quinta posizione, non sono d’accordo, perché Papa Giovanni Paolo II, Vicario di Cristo, promulgando il Codice ha imposto a tutta la Chiesa l’obbligo canonico di comprenderlo secondo il Canone 17, non come difettoso in nulla. Pertanto, un’interpretazione del canone 332 §2 che implica un difetto, non può essere autentica.

Non risponderò qui al n. 6, poiché l’ho devastantemente confutato nel recente Convegno Accademico a Roma, di cui ho pubblicato un estratto proprio su questo argomento, qui.

Ciò che mi ha lasciato insoddisfatto della nostra conversazione è che ho fatto molte domande, ma Mons. Arrieta non poteva darmi delle risposte. Ecco alcune delle mie domande, non testualmente, ma secondo il loro senso, che il Vescovo non ha risposto o non ha potuto rispondere:

  1. Se è chiaro che papa Benedetto si è dimesso dal suo ufficio, può spiegarmi canonicamente come ha fatto se non ha mai menzionato una rinuncia all’ufficio o al Munus petrino?
  2. Se il Canone 41 dà ad ogni sacerdote la discrezionalità e il diritto di valutare l’Atto di rinuncia papale prima di decidere di smettere di nominare Benedetto nel Canone della messa, come Papa, perché è canonicamente sbagliato se egli esercita questa discrezione, giudicare l’atto nullo e continuare a nominare Benedetto?
  3. Se nessuno ha il diritto di interpretare l’Atto papale, come si può spiegare perché quasi tutti nella Gerarchia ritengono che Papa Benedetto abbia operato una rinuncia all’Ufficio papale, se egli ha detto in nessun punto dell’Atto che “io rinuncio” all’ufficio o al munus? Non è la loro posizione un’interpretazione?
  4. Mentre sono disposto a concedere per rispetto a papa Benedetto che egli non intendeva maliziosamente ingannare, non è possibile che fosse in errore sostanziale quando si è dimesso da una cosa e non dall’altra?
  5. La nostra fedeltà a Gesù Cristo, Che si è impegnato ad osservare il diritto canonico, non ci impone di considerare quale possibile che il Papa sia in errore nel pensare di potersi rassegnare parte delle prerogative papali e mantenere il resto? o ha sbagliato nel voler biforcare il papato?
  6. I fatti storici che 1) Papa Benedetto XVI prima della sua elevazione al Papato sapeva dei desideri di molti teologi tedeschi di dividere l’ufficio papale secondo le linee del munus petrino e del ministero petrino, e 2) lo strano modo di rinunciare al ministero, ma non al munus, insieme a 3) la testimonianza di Ganswein suo segretario personale, che dovrebbe conoscere la mente del Santo Padre, non produrre la più solida testimonianza forense che il Papa ha intenzione di biforcare l’Ufficio Papale e dovrebbe essere corretto dalla Chiesa, anche se riteniamo personalmente che egli non aveva tale intenzione a titolo di supposizione e rispetto per la sua persona?

Il Vescovo ha concluso sottolineando che il mio approccio alla lettura dell’Atto di rinuncia è stato per lui strano, che non ha mai considerato questo problema prima, che non ha mai letto questa controversia, ma che gli ho dato “molto a cui pensare”.

CONCLUSIONE

La somma di quello che mons. Arrieta mi ha detto che mi porta a concludere quanto segue:

  1. L’Atto di rinuncia si presumeva fin dall’inizio come una rinuncia al Papato, senza considerare la discrepanza di rinunciare al ministerium invece che al munus, come se il Codice del 1917 fosse operativo, e non il Codice del 1983.
  2. Non c’è mai stata una riflessione canonica sul valore canonico dell’Atto di rinuncia da parte di chiunque conosciuto al vescovo Arrieta.
  3. Non ci sono argomenti canonici per la validità della rinuncia ad effettuare una perdita dell’Ufficio Pontificio, perché l’interpretazione è semplicemente una presunzione basata su un metodo estrinseco di lettura dell’atto (come ho sottolineato nel mio precedente articolo), che è il metodo di interpretazione più non autentico e più soggetto ad errori.
  4. L’opinione di nessun Cardinale o Vescovo o Sacerdote su questa materia costringe chiunque nella Chiesa ad accettarla, perché nessuno ha il diritto di dire che l’Atto papale ha un significato diverso da quello che dice espressamente.
  5. Così, la rinuncia di Papa Benedetto NON ha avuto effetto sulla perdita dell’Ufficio Pontificio. Egli rimane il Papa, il Successore di San Pietro, il Vicario di Cristo, il Sommo Pontefice e il Romano Pontefice con tutti i diritti e privilegi, tutte le prerogative e i poteri, le grazie e i carismi, PERCHE’ SE NON SI RINUNCIA AL PAPATO PER PAROLE, NON C’E’ UNA RINUNCIA AL PAPATO!*

Infine, voglio ringraziare il Vescovo per la sua pazienza. Più volte nei 75 minuti che abbiamo speso a discutere di questa questione più importante, ha osservato che aveva altri doveri, ma è rimasto comunque quando quello che ho detto era sostanziale e ha presentato una linea di argomentazione che ha ritenuto necessario per rispondere.

(Per maggiori informazioni vi raccomando la lettura della mia Quaestio Scholastica sulla controversia)

____________

* Per coloro che non hanno familiarità con il linguaggio tecnico, in questa controversia, il termine “papato” qui non si riferisce né al Vaticano, né allo Stato o agli Stati o Territorio Pontificio, né al governo del Vaticano, ma all’Ufficio del Romano Pontefice. E qui uso questo termine in senso linguistico, non nel senso della cosa, ma della cosa come viene chiamata. Per esempio, un marito si riferisce a sua moglie con uno dei suoi nomi propri, primo, medio, ultimo o improprio, come dolcezza, carissima ecc., oppure con un pronome da solo o seguito da una frase subordinata, come “colei che fa i piatti”. Se dice che mi sbarazzerò del lavaggio dei piatti, della pulizia del bagno, della preparazione dei pasti e del letto caldo, non ha fatto riferimento né logicamente né verbalmente alla moglie, perché le azioni che compie la moglie o gli effetti di cui è causa non sono lei, sono effetti o azioni sotto il suo potere, e nominando le azione non si indica necessariamente o determinatamente colei che è sua moglie. – Così pure, quando papa Benedetto ha rinunciato al ministero, ma non all’Ufficio Pontificio, non ha rinunciato all’Ufficio, perché non lo ha nominato, si è riferito solo a quello che potrebbe essere interpretato come il ministero che ne deriva. L’incapacità intellettuale o incapacità di riconoscere questa legge comune del linguaggio e del significato umano è al centro della ragione per cui molti pensano che Benedetto si sia dimesso dal pontificato, quando in realtà non ha fatto nulla del genere. Tuttavia, il motivo per cui ha fatto ciò che ha fatto, è oltre al punto (praeter rem), perché qualunque siano le sue motivazioni, l’atto rimane invalido, nullo.

¡Viva Guadalajara!

di Frà Alexis Bugnolo

Nel conclave dell’anno domini 2243, i Cardinali della Chiesa Romana, nel loro ballottaggio finale, eleggono uno spagnolo.

Così, secondo le regole stabilite da Papa Giovanni Paolo II, il 22 febbraio 1996, nel documento Universi Dominici Gregis, n. 87, il Cardinale Diacono, il Segretario del Collegio Cardinalizio e il Maestro di Cerimonie per le Liturgie Pontificie si rivolgono al Cardinale spagnolo e gli chiedono con queste parole solenni se accetterà la sua elezione:  Accettate la vostra elezione canonica a Sommo Pontefice?

Silenzio.

Poi il Cardinale Diacono segnala con gli occhi al Cardinale eletto, chiedendo una risposta.

Il Cardinale Eletto, sorride, poi stende entrambe le mani da una parte e forma il V segno. Con questo dice con voce chiara: ¡Viva Guadalajara!

I cardinali spagnoli della Cappella Sistina, che conoscono la giocosità del cardinale eletto, ridacchiano. Il cardinale di Barcellona si dice: “Che burlone! Ma questo non è il momento di farci ridere”.

Il segretario del Collegio dà uno sguardo severo al cardinale eletto. Non si diverte a questo tipo di leggerezza. Così si rivolge al Cardinale Diacono, che è perplesso, e sussurra: “Chiediamoglielo di nuovo”.

Così l’anziano Cardinale Diacono, si rivolge al Cardinale Eletto, e chiede di nuovo, questa volta in spagnolo: ¿Acepta su elección canónica como Sumo Pontífice?

Silenzio.

Poi, il cardinale eletto, risponde: alzando la mano destra e sinistra come prima, e facendo il segno V con ciascuno, dice: ¡Viva Guadalajara! — Questa volta con un sorriso ancora più grande sul suo volto.

A questo punto, i cardinali rompono il loro silenzio, e mormorii misti di incoscienza e costernazione.

Il Cardinale Diacono, ormai impaziente, dice al Cardinale eletto: “Non è il momento di fare battute. Si prega di rispondere alla domanda con un sì o un no”. Poi, ricomponendosi, ripete la domanda canonica, questa volta in italiano: Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?

E ancora una volta, il cardinale eletto risponde allo stesso modo.

A questo punto, i cardinali della Cappella Sistina scoppiano in piccoli gruppi di conversazione. Tutti cercano di capire cosa vuol dire dire il cardinale eletto. I cardinali spagnoli si avvicinano agli eletti e cercano di ragionare con lui. Ma non dice nulla di più. Tutto quello che fa è continuare a sorridere e alzare la mano destra e sinistra di tanto in tanto con il segno V, per la vittoria.

Così, in accordo con la Legge Pontificia sui Conclavi, UDG, n. 5, il Cardinale di Parigi chiede che il Collegio discuta e decida cosa fare, poiché la Legge Pontificia non dice nulla sul modo in cui il Cardinale Eletto deve accettare l’ufficio, sia con un Sì o No o con qualche altro segno.

Tra i cardinali sorgono due fazioni. Da una parte, una minoranza ritiene che il cardinale eletto, con le parole usate, non ha accettato la sua elezione e deve essere considerato negativo o per errore o per pazzia. Dall’altra parte, la posizione assunta è quella del Cardinale di Città del Messico, che motiva in questo modo: Non c’è modo più certo di indicare che si è accettata la dignità di un principe che rispondere in un modo che richiede ai suoi ascoltatori di accettare la sua autorità. Ora, rispondendo in questo modo, il cardinale eletto non mostra chiaramente la sua intenzione di agire come un principe? E quindi, la sua intenzione di accettare l’elezione? Non si limita a mettere alla prova la nostra lealtà? Io per primo non mancherò nella mia fedeltà al Sommo Pontefice in questo suo primo atto di ufficio!

Questa linea di ragionamento vince sulla maggioranza e i Cardinali votano così considerando il modo di dire scelto dal cardinale eletto quale “Sì, accetto”.

Il Cardinale Diacono, poi si avvicina al Cardinale Eletto e gli chiede con quale nome vuole essere conosciuto. Egli risponde: “Ignazio I”.

E gli anni passano. E non c’è nulla di controverso nel pontificato di Ignazio Ignazio I. Non da ultimo.

Tranne che per questa sola cosa.

Ogni volta che i giornalisti riescono a fargli un’intervista, e gli chiedono del momento della sua elezione a Papa, gli chiedono cosa ha detto, e lui dice: ¡Viva Guadalajara!

A circa 6 anni dal suo regno di papa, un giornalista, di nome Marco Tosatti III, volendo capire meglio questo, pone una domanda molto specifica a papa Ignazio I, durante un viaggio programmatico.

Tosatti III: So che a Vostra Santità è stata posta più volte la stessa domanda. E siamo tutti colpiti dal suo talento per l’umorismo e dalla sua allegria, unica tra i Papi. Ma il giorno della sua elezione, se posso chiederlo ancora una volta, può dirci cosa ha detto, quando il Cardinale Diacono le ha chiesto se accetterà la sua elezione canonica?

Ignazio I: Ho detto: ¡Viva Guadalajara!

Tosatti III: È tutto quello che hai detto?

Ignazio I: Sì.

Tosatti III: Non hai detto: Sì?

Ignazio I: No, non ho mai detto sì o no. Ho semplicemente detto: ¡Viva Guadalajara!

Marco Tosatti III pubblica la sua intervista e le notizie fanno il giro del mondo: Il Papa non ha mai detto di sì.

Pochi giorni dopo, un altro vaticanista italiano, di nome Sandro Magister V, ottiene un’intervista con l’anziano Cardinale Diacono, che conferma la storia: Sì, non ha mai detto di sì. Infatti c’è stata una controversia nel Conclave, e ora che papa Ignazio, Ignazio I, ha abolito il segreto pontificio sulla sua elezione, posso rivelare che abbiamo tenuto un voto in accordo con l’Universi Dominici Gregis, n. 5, e abbiamo stabilito che canonicamente parlando, questa frase, ¡Viva Guadalajara! sarebbe stata intesa come “sì, accetto”.

Anche Sandro Magister V pubblica la sua intervista, che suscita ancora più clamore e le notizie fanno il giro del mondo.

Circa due settimane dopo, una vecchia signora del sobborgo di Madrid, Spagna, dove è cresciuto Papa Ignazio I, prende una vola a Roma ed poi entra nella piazza di San Pietro con un cartello grande che dice: “Non è il Papa!” — La Gendarmeria, la polizia vaticana, tenta di prendere il cartello da lei, c’è una rissa e finiscono per colpirla e lei li respinge. Alla fine la portano via sia lei che il cartello.

Ma i pellegrini in piazza fotografano e videoregistrano l’intera caricatura e queste immagini vanno in tutto il mondo su tutte le piattaforme dei social media.

Il giorno dopo su tutti i maggiori quotidiani e siti degli MSM, l’unico argomento è perché hanno picchiato queste povere vecchia donna. E i giornalisti che hanno il permesso di intervistarla nel carcere vaticano ricevono tutti la stessa dichiarazione, preparata dal suo avvocato: “Nel mio sobborgo di Madrid, dove sono cresciuto con Papa Ignazio I, la frase ¡Viva Guadalajara! ha sempre significato: “Stai scherzando. Non sarei più d’accordo su questo che sostenere la squadra di Guadalajara, gridando ¡Viva Guadalajara! ad una partita di calcio con la nostra squadra!””

A questa notizia, i giornalisti si affollano a Madrid, in Spagna, e intervistano tutti coloro che possono trovare chi conosceva il Papa da bambino o da ragazzo. E tutti sono d’accordo sul fatto che quello che ha detto questa vecchia signora è la verità assoluta!

E questi giornalisti riferiscono quello che trovano. E, il giorno dopo, Papa Ignazio I concede un’intervista e dice: Vedete, non c’è niente che io odi più di arroganza e sicofanteria. Così, quando ho visto che non c’erano candidati degni per il Papato, ho deciso di fare quello che potevo per ritardare il più possibile il Conclave, in modo che i più indegni fossero presi dal Signore o non potessero votare, avendo raggiunto gli 80 anni. Così ho escogitato l’inganno che ho usato per ingannare tutti. E ha funzionato. Ma ora che il mio scopo ha raggiunto il suo meta, voglio ammettere che non sono mai stato Papa, perché non ho mai accettato la mia elezione a Sommo Pontefice. Pertanto, ora smetterò di fingere di essere Papa e tornerò a Madrid e mi godrò i miei ultimi anni di vita bevendo cerveza e guardando la squadra di calcio di Madrid. Addio e Adios!

_____________

I limiti della discrezione

Così finisce il caso canonico immaginario che ho creato. Come potete vedere, cose strane possono accadere se la discrezione che noi cattolici tradizionalmente accordiamo ai cardinali va oltre ogni limite. In giustizia, quindi, dobbiamo ammettere che ci sono alcune cose che i Cardinali non possono fare anche se lo vogliono.

Una cosa che non possono fare, anche se lo vogliono, riguarda l’interpretazione dei testi verbali. Come traduttore di testi medievali, capisco bene che ci sono 3 modi per determinare il significato di qualsiasi frase oscura. La prima è intrinseca, la seconda estrinseca e la terza è referenziale.

I metodi intrinseci guardano al significato delle parole usate e alla loro struttura grammaticale. I metodi estrinseci guardano al contesto in cui la frase è usata e impongono una teoria su ciò che l’intento era nella mente dell’autore nell’usare la frase oscura. I metodi di riferimento cercano altre occorrenze della stessa frase oscura negli scritti dello stesso autore, dei suoi contemporanei o degli autori che ha letto o citato.

E come traduttore, ho imparato a fatica che il metodo peggiore dell’interpretazione è il metodo estrinseco. Il metodo intrinseco può essere usato ma richiede grande discrezione e una buona conoscenza dell’autore che si sta leggendo. Il metodo referenziale è il più certo, ma bisogna tener conto del fatto che ogni autore può usare frasi standard in modo leggermente diverso.

¡Viva Guadalajara!

Come si può vedere dal caso fittizio che ho costruito, può sorgere un grave errore quando chi dovrebbe interpretare il significato delle cose dette dal Papa usa il metodo estrinseco, adottando il contesto della frase e qualche teoria di quale fosse l’intento di chi lo diceva, e da questi due dati estrapolando il significato della frase.

Questo non è stato uno studio inutile. E anche se si può trovare questa storia divertente, questa non è stato il mio intento. Perché anche se riguarda ciò che potrebbe accadere nel primo momento in cui un uomo diventa Papa, un problema simile di interpretazione può sorgere nell’ultimo momento in cui un uomo è il Papa, cioè in un atto di rinuncia.

Perché, quando un uomo rinuncia al papato, il Canone 332 §2 richiede che dica qualcosa che significhi: In qualità di Romano Pontefice, rinuncio al munus che ho ricevuto nella Successione Apostolica da San Pietro, il giorno in cui ho accettato la mia elezione a Sommo Pontefice dal Collegio Cardinalizio.

Le parole non devono essere quelle che ho appena scritto, ma devono significare essenzialmente la stessa cosa.

Se l’uomo che è Romano Pontefice dice, però, “Io dichiaro che rinuncio al ministero che mi è stato affidato per mano dei Cardinali, il giorno in cui sono stato eletto”, allora sorge un problema. Perché non si trova nel Codice di Diritto Canonico, né nella Tradizione Canonica, né nella mente di Papa Giovanni Paolo II, il Legislatore in questo caso, una chiara equazione o predicazione di munus da ministerium. Quindi, sostenere che la rinuncia al ministero di papa Benedetto XVI significa una rinuncia al munus è un’interpretazione, infondata in diritto. Inoltre, i Cardinali, i Vescovi e il Clero che hanno questa interpretazione non hanno alcuna autorità nella legge ecclesiastica per interpretare l’Atto Papale in questo modo.

Dobbiamo essere adulti e ammettere questo problema di interpretazione.

E coloro che hanno commesso questo errore devono farsi adulti e smettere di insistere che li seguiamo in esso.

Dopotutto, l’estremismo religioso non consiste nel rifiutare un errore di interpretazione. L’estremismo religioso consiste nell’insistere, come l’ISIS, che accettiamo i loro errori di interpretazione, o altrimenti !

CREDITI: l’immagine in evidenza è della Cattedrale di Madrid è tratta dall’articolo di Wikipedia sulla facciata della Cattedrale di Madrid e viene utilizzata sotto la licenza wiki commons ivi descritta.

Che Lei sia una luce per te nei momenti bui, quando tutte le altre luci si spengono!

Ecco tua madre!

di Frà Alexis Bugnolo

Queste parole del Nostro Divino Redentore riecheggiano attraverso i secoli. Risuonano dal Golgota, dalle pagine della Sacra Scrittura, nei ricordi di San Giovanni Evangelista, nella predicazione degli Apostoli e dei primi evangelisti. Sono richiamati nelle divine liturgie della Chiesa, sono meditati dalle preghiere dei Santi, spiegati nei loro scritti, blasonati nell’arte e nella musica, nelle chiese e nei dipinti, negli affreschi e nelle statue. Sono diventati la chiamata alle armi dei santi fondatori e sono i motti di monasteri, conventi, sacerdoti e vescovi e cardinali.

Belle parole, parole consolanti, parole di fiducia e parole di speranza. Personalmente penso che, a modo loro, queste parole di Gesù della Croce sono le più belle di tutte le pagine della Bibbia – le più incoraggianti tra tutte le parole che gli uomini hanno mai sentito o sentiranno mai.

Ricordo di aver letto uno studio sulla Sindone di Torino, che spiegava l’esatto modo in cui, secondo questa santa reliquia, il Corpo di Gesù appeso alla Croce, e il modo esatto della Sua morte. Lo studio indicava che quando Gesù, nel momento della morte, gridò e depose il Suo Santissimo Capo, lo fece in modo molto eloquente. Questa posizione finale del Capo di Nostro Signore è registrata nelle macchie di sangue e di sudore della Sacra Sindone.

Ciò che rendeva questa descrizione così toccante era ciò che l’autore osservava di questi fatti nella sua sommatoria – cioè che Nostro Signore Gesù Cristo nel momento finale della sua vita terrena fece una cosa che rimase l’unica cosa che poteva fare: cioè stendere il suo capo in modo molto significativo. In modo tale da consentirgli di guardare dritto verso il lato destro del piede della sua croce.

Mentre mi chiedevo perché fosse così, mi è venuta una meravigliosa e consolante realizzazione. Avete mai notato dipinti della Crocifissione? Oserei dire che la maggior parte di essi raffigurano la Madonna in piedi ai piedi della croce con San Giovanni e Maria Maddalena ai piedi della croce. Ma Maria è quasi sempre sotto il braccio destro di Cristo, cioè sul lato destro della croce.

Una conclusione si spinge sulla nostra devozione: che nell’ultimo momento della sua vita, Cristo Nostro Signore ha fatto uno sforzo decisivo per fare in modo che l’ultimo sguardo della sua vita mortale fosse riempito con la visione del volto doloroso e compassionevole di sua Madre Maria.

Non credo che noi cristiani possiamo pensarci così a lungo senza esserne stati molto toccati nel cuore, e addirittura messi in lacrime, soprattutto se avete preso l’abitudine di meditare sulla Passione, come tutti i Santi ci raccomandano di fare, o almeno siete stati risvegliati a questo esercizio santo dal recente e letteralmente stupefacente film di Mel Gibson, “La Passione di Cristo”. Penso, creature deboli che siamo, che questo è particolarmente vero se abbiamo avuto l’esperienza personale di essere al letto di morte di una madre o padre o figlio o figlia. La realtà di quanto sia effimera la nostra esistenza è inevitabile in questi momenti. Ed è naturale e opportuno che scoppiamo in lacrime a queste tragiche separazioni – cosa che non è inopportuna, perché, come ci insegna la nostra Santa Religione, la morte è innaturale – e Gesù stesso ha pianto in quelle occasioni.

Naturalmente, essendo Dio Onnipotente, Gesù non aveva bisogno di consolazioni nell’Ora della Morte. Anzi, molti autori santi pensano che, per bere proprio la feccia dell’amarezza della sua passione, si sia costretto a guardare alle sofferenze dolorose di sua Madre in quell’ultimo momento della sua vita, per offrire il merito di un Cuore del Figlio strappato alla vista della sofferenza di una Madre, come l’ultima e definitiva oblazione al Padre per la nostra salvezza.

Sì, credo che in quell’ultimo momento, Cristo ha ricevuto la compassione di sua Madre, ha ricevuto il suo sacrificio di se stesso, e l’ha guardata nella sua morte come per dire: “Guarda! Da quando vado ora al Padre, ricevo e prendo da Te tutto ciò che hai portato per il mio bene con me qui e per tutta la tua vita fino ad oggi, e per tutta la tua vita fino a quando ti chiamo quindi a stare con me! La porto con Me al Padre, per offrirla a Lui per sempre in unione con il Mio stesso sacrificio”.

Penso che troppi di noi dimenticano che gli ultimi momenti della Passione di Cristo sono stati molto mariani. Lo stesso Spirito Santo ce lo insegna, quando gli Evangelisti citano il fatto che Cristo non ha detto: “È consumato”, fino a quando prima ha detto: “Donna, ecco il Tuo figlio; figlio, ecco la Tua Madre!

Queste parole meravigliose sono, per così dire, la “Ite Missa Est” del Golgota. Con loro, Cristo sommo sacerdote completa e termina il suo sacrificio, e depone non solo il suo capo, ma ora tutta la sua vita umana, accettando la morte e permettendo che la sua anima e il suo corpo siano divisi nel Santo Sacrificio della Croce.

Ora come la Passione di Nostro Signore è il Mistero più centrale della nostra Religione divina, così i momenti finali e le parole di Nostro Signore dalla Croce dovrebbero essere qualcosa di molto centrale nella nostra vita interiore di preghiera e meditazione. Infatti, se Nostro Signore si è adoperato a tal punto da assicurare e rendere possibile il nostro ricordo di Lui promulgando la Santa Messa e ordinando gli Apostoli con le proprie forze come Sommi Sacerdoti, dicendo: “Fate questo in memoria di Me”, quanto deve volere che ci ricordiamo di ciò che ha fatto per noi, e soprattutto del momento culminante di quell’Evento salvifico!

Naturalmente ci sono molte grazie, soprattutto di consolazione e di incoraggiamento per chi fa da mediatore della Sacra Scrittura e soprattutto per chi medita sulla vita di Gesù e di Maria. E questa è una consolazione squisita che pochi trovano o godono in questa vita, calpestata e calpestata come siamo dalla confusione della vita quotidiana e dalla pletora dei moderni mezzi di comunicazione di massa. Che triste e tragico, che tanti, per esempio, rendono un rito quotidiano leggere le notizie, ma non pensano di passare un po’ di tempo da soli, con le porte della loro stanza chiusa, o in qualche luogo solitario, meditando su tutto quello che Gesù e Maria hanno fatto e detto e sofferto per noi.

Una delle grandi verità che possiamo estrarre da queste ultime parole di Nostro Signore, per mezzo della meditazione, è quella che ci insegnerà qualcosa della portata di quanta fiducia dobbiamo avere nella Santissima Vergine Maria.

Se consideriamo che “prima della fondazione del mondo” Dio aveva considerato e meditato dall’eternità tutti i dettagli della creazione – non come un architetto che elabora progetti e cambia questo o quello, perfezionando il progetto giorno dopo giorno, giorno dopo giorno, fino e spesso anche durante la costruzione, ma come l’Infinito Eterno, Intelligenza onnipotente e sapientissima, piena di Carità e Verità, che concepisce nelle profondità del Suo Cuore Divino le manifestazioni più meravigliose e stupefacenti della Sua Divinità – dobbiamo certamente fermarci e riflettere ancora una volta, e sempre di più, queste parole di Nostro Signore: “Ecco tua Madre!” Perché in essi sono nascosti grandi tesori di grazia.

Se ricordiamo il motivo per cui Dio si è fatto uomo, che è stato per salvare le nostre anime tristi dalla perdizione eterna dell’inferno, a cui tutti noi avremmo volontariamente vagato alla fine della nostra vita, nati come siamo, privi della grazia santificante, della fede, della speranza e della carità per Dio, possiamo gustare in mente qualcosa, per quanto piccolo, della sapidità del rimedio di queste parole: “Ecco tua Madre!” “Tuo” qui significa “tu ed io”, “ognuno di noi”, “tutti noi”, “credenti e coloro che ancora non hanno creduto”: “tutti noi che abbiamo bisogno di salvezza e redenzione”, quanta grazia abbiamo già ricevuto.

E poiché questo è il motivo per cui Cristo è venuto e ha sofferto e morto: questa proclamazione finale del Re dei secoli deve avere a che fare con la rivelazione dei mezzi ultimi di salvezza.

Credo che Nostro Signore ci dia il suo stesso infallibile commento su questo brano dello stesso Vangelo di San Giovanni, mentre parla con Nicodemo sotto il velo della notte. “A meno che non siate nati dall’acqua e dallo Spirito Santo…..”. Dice. È Nostro Signore stesso che usa la metafora della nascita per giustificazione. Ne consegue che essendo neonati in grazia, abbiamo bisogno di una Madre.

Questa conclusione è ineluttabile, se consideriamo che Colui che usa questa metafora è lo stesso che ha creato tutti gli esseri viventi, e che ci ha fatto uomini e donne, stabilendo alcuni di noi padre o madri per altri di noi: che insomma ha preordinato la famiglia umana all’interno della necessità originaria e individuale del nostro essere corporeo.

Dobbiamo chiederci, allora, “A cosa pensava Nostro Signore quando, al momento del coronamento di tutto ciò che avrebbe meritato per noi, ha pronunciato quelle parole meravigliose? Nella sua mente umana, tutti i santi ci dicono che Egli sapeva tutto sulla creazione, passato, presente e futuro; prevedeva tutti noi e tutti i nostri peccati e le nostre buone azioni, anticipando tutti i nostri pensieri e sentimenti e tutti i movimenti e le inclinazioni del nostro cuore. Ma altrettanto importante, come il Nostro Divino Maestro e Maestro, in quell’ultimo momento, Egli considerava tutte le pie domande di tutti i Suoi fedeli che lo supplicavano in preghiera per spiegare loro qualcosa di più sul significato della Sua vita, sofferenza e morte, specialmente in quest’ultimo momento.

E così, queste parole “Ecco tua Madre” sono senza dubbio la risposta di Cristo a tutte le nostre domande sul significato, il significato e l’importanza della Sua Passione.

“Abbi fiducia, ho vinto il mondo”, dice Nostro Signore agli Apostoli nell’Ultima Cena. Queste parole trovano il loro compimento storico, senza dubbio, nella Passione e nella Morte, e indicano il significato di queste parole che Egli dice a San Giovanni: “Ecco tua Madre! Ci indicano che tutto ciò che Cristo avrebbe fatto sarebbe stato veramente vittorioso, e quindi che il suo ricordo dovrebbe essere per noi fonte di fiducia.

E possiamo trarre molta fiducia da queste parole di Nostro Signore a San Giovanni. Sì, Cristo è morto ed è risorto, eppure, sebbene sia salito in cielo, per sedersi alla destra del Padre, e con Lui, alla fine della sua vita terrena, sua Madre, per intercedere per noi davanti al Volto di Dio Padre, non meno vero è che Egli ha dato a noi la sua Beata Madre, per essere nostra Madre! La nostra dolce Madre!

Se non consideriamo la grandezza della santità di Maria, l’immacolatezza della sua purezza, l’inviolabilità della sua verginità, l’eccellenza della sua fede, la grandezza della sua carità, la forza e la fermezza della sua speranza, e ogni altra virtù che è sua al di là della misura degli uomini e degli angeli, e se non consideriamo che questa meravigliosa, splendida e bellissima delle donne è ora Nostra Madre! Io dico: chi non può essere incoraggiato, chi non può essere commosso, chi non può essere scaldato nel cuore, mosso ad una dolce delizia, mosso per raggiungere in spirito a Lei, per abbracciarla e baciarla e avvolgere nel suo abbraccio sia il corpo che l’anima, abbracciandola con anima e corpo allo stesso modo – per seppellirsi, per così dire, nel suo seno materno, come fa un bambino piccolo, quando vede la sua Madre dopo una lunga assenza, corre velocemente e immediatamente fino a Lei, saltando nelle sue braccia e abbracciandola con ogni affetto!

Ma se consideriamo ancora di più, che questa Donna, non è solo Nostra Madre, ma la Madre stessa di Dio, la Sposa dello Spirito Santo, la Figlia eletta dal Padre, la Regina degli Angeli e degli uomini, la Mediatrice di Grazia, la Corredentrice dell’Universo, dico io, che non può essere stimolata alla fiducia, visto che in Lei sono i tesori e i mezzi per ottenere ogni cosa buona, ogni medicina dell’anima e del corpo.

Ma la cosa più consolante e incoraggiante della Vergine Santissima, essendo Nostra Madre, è che Lei è sempre in ascolto, osservando e vegliando su di noi, ed è molto capace e potente e disposta a concederci i nostri pii desideri e preghiere, se non chiediamo con grande fiducia.

Forse avete visto bambini piccoli che sono fratelli e sorelle in lotta tra loro per l’affetto o l’intercessione della madre. Se uno riceve un favore speciale, gli altri non esitano a chiedere, a chiedere, a mendicare, a insistere, a chiedere come e perché l’hanno ottenuto da lei. Quanto sono zelanti! Come sono innocenti! E come semplice! Non dovremmo essere simili, quando sentiamo parlare di ciò che la Madonna ha fatto per alcuni dei suoi figli!

Sì, sono sicuro che avete sentito almeno una volta come la Madonna ha aiutato qualche santo: ma è più incoraggiante, credo, considerare come Ella ha aiutato alcuni peccatori, ancor più di alcuni santi.

Una storia così meravigliosa è quella che la Madonna ha fatto a un povero mulattiere in Spagna circa 400 anni fa. Era un uomo molto povero e non ha imparato per niente. Non credo che fosse nemmeno in grado di leggere o scrivere. Tutto quello che poteva fare per vivere, era condurre il suo mulo lungo i sentieri di montagna vicino al suo villaggio, trasportando merci attraverso il passo di montagna per vari mercanti della zona. Si alzava molto presto la mattina, faceva i bagagli per il viaggio, caricava la tana e saliva a piedi sulla montagna, arrivando a fine giornata dall’altra parte, dove, dopo aver scaricato lo stesso animale e riposato in una casa di amici, mangiava e dormiva e si alzava il giorno dopo, per fare la stessa cosa, al ritorno.

E così ha vissuto la sua vita e ha graffiato fuori un magro che viveva per la moglie, il figlio, il padre e la madre che viveva con lui nel capannone delle sue due stanze.

Ma un giorno, il mulo scivolava mentre si insinuava lungo il sentiero di montagna. E per salvarlo e il suo carico questo povero mulo driver corse velocemente dall’altra parte e fece di tutto per sostenere l’animale in modo che non scivolasse e cadesse. Ma sebbene lo avesse fatto con successo in molte occasioni, questa volta fallì, e l’animale e tutto il suo carico gli cadde addosso, sbattendolo a terra.

Gridava, oh come gridava nel dolore angosciante!

Molto presto gli altri contadini che guidavano i propri animali lungo il percorso, sono venuti a correre ad aiutarlo e sono riusciti a far salire il suo animale. Fu allora che scoprì che non riusciva a stare in piedi – si era ferito gravemente alla gamba. Gli abitanti del villaggio lo portarono con una barella a casa sua e a letto.

Con il passare dei giorni, non c’è niente di meglio. E quando il sacerdote del luogo venne a fargli visita, gli assicurò che non sarebbe andata meglio, e che l’unica speranza era quella di organizzarsi per essere portato all’Ospedale Universitario di Salamanca.

Fu un viaggio lungo e costoso, ma i suoi migliori amici e parenti gli fecero questo favore.

Inutile dire che, al suo arrivo, la cancrena si era sistemata e non c’era nulla che i medici potessero fare, ma gli tagliarono la gamba a metà coscia.

Per un autista di mulo, questo era un po’ meglio della morte, perché significava che non poteva lavorare nel suo mestiere: e nessun lavoro significava nessuna retribuzione, e nessuna retribuzione significava che lui, pur essendo l’unico vincitore del pane in casa, non poteva più mantenere la sua famiglia.

I suoi amici e parenti lo portavano a casa e lo lasciavano a casa nel suo letto. E per aggiungere tutte le sue sofferenze, non appena lasciarono la sua casa, la moglie e i genitori gli si rivoltarono contro con gli insulti più amari e disgustosi, dicendo: “Che cosa sei buono per noi ora! È tutta colpa tua! Tutti moriremo di fame per colpa tua! Sei tornato a casa pensando che ci prenderemo cura di te”.

E con ciò questo povero uomo si tirò su la coperta, pregò disperatamente la Madonna, e si addormentò, colmo del più amaro rimorso e dolore, privo di ogni speranza e vinto dai dolori del dolore e del tradimento non meno doloroso delle ferite chirurgiche della gamba.

Ma questo, grazie a Dio, non è dove finisce la storia di questo povero uomo, ma piuttosto dove inizia una storia più consolante. Per quella notte, mentre dormiva, sognava.

E in quel sogno, ha visto la Madonna.

E questo è ciò che sognava: si vedeva malato a letto, e nella sua stanza faceva un passo alla Vergine, coperta da un luminoso manto blu, e lo guardava con una così tenera compassione, come se Lei fosse venuta da lui, su un richiamo di malattia. E mentre egli si rallegrava nel cuore per vedere la sua bellezza, Lei gli aprì la bocca e gli disse, incoraggiandolo mentre gli toccava le gambe: “Siate guariti!

Al mattino, l’uomo si svegliò e, non avendo ancora aperto gli occhi, perché era ancora buio, gli ricordò il sogno che gli aveva dato tanta fiducia. E si dice in cuor suo con la semplicità di un bambino: “O, come sei buona con me, Beata Vergine! Ti ho pregato, quando non avevo altra speranza, di aiutarmi! E tu, nella tua gentile carità, mi hai dato un sogno così consolante per alleviare tutti i miei dolori quando ho subito una tragedia come questa! E così si è riposato, finché non è sorto il sole, e sua moglie si è alzata ed è uscita.

Dopo che lei se ne andò, lui cercò di mettersi a suo agio a letto. Improvvisamente si è sentito così strano. I medici gli avevano detto che, sebbene gli avessero tagliato la gamba, gli sarebbe sembrato che fosse ancora lì per un po’ di tempo. E così fu: sotto le sue coperte riusciva ancora a sentire la gamba!

Ma mentre guardava giù per il letto, quello che vedeva era tutto sbagliato. Non ne vide uno, ma due punti sporgenti dove il suo piede dovrebbe essere.

Due?, pensò a se stesso: Sì, riesco ancora a sentire la mia gamba, come i medici hanno detto che dovrei in occasione, perché è un trucco dei nervi, ma non dovrei ancora vedere due piedi!

A quel punto il ricordo del suo sogno gli è tornato in mente e ha strappato le coperte del letto per trovare DUE gambe perfettamente sane!

Saltò dal letto e cominciò a urlare di gioia: Un miracolo! Un miracolo!

Ben presto l’intero villaggio fu raccolto intorno alla sua casa e si diffuse in lungo e in largo la notizia di ciò che la Beata Vergine fece per lui.

E per la nostra fiducia, è successo che questa storia è arrivata alle orecchie del Re di Spagna, che ha inviato una commissione di investigatori reali per registrare e intervistare tutti i fatti e le testimonianze. Andarono persino all’Università di Salamanca e intervistarono tutti coloro che avevano assistito all’amputazione della gamba del contadino. Hanno anche dissotterrato la bara in cui è stata sepolta. E l’hanno trovata vuota, ma per gli involucri macchiati di sangue che una volta la legavano velocemente!

Oggi, alla vista della camera da letto del povero, sorge una magnifica Basilica per commemorare questo miracolo di fiducia.

Abbiamo dunque grande fiducia nella Vergine Maria, che è nella verità e lo è stata fatta per sempre, Madre Nostra! Che Lei fa e vuole concederci le cose di cui noi o i nostri cari, o qualche povera anima, abbiamo veramente bisogno.

Non abbiamo bisogno di essere santi per ricevere i suoi favori. Basta chiedere con umiltà, sincerità!

Per questo, preghiamo e supplichiamo ogni giorno con fiducia illimitata! E per non offrire preghiere come questa:

Ricordati, o piissima Vergine Maria, non essersi mai udito al mondo che alcuno abbia ricorso al tuo patrocinio, implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione e sia stato abbandonato.

Animato da tale confidenza, a te ricorro, o Madre, Vergine delle Vergini, a te vengo e, peccatore contrito, innanzi a te mi prostro.

Non volere, o Madre del Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma ascoltami propizia ed esaudiscimi.

Amen.

CREDITI: L’immagine della Madonna, conosciuta come la Theotokos di Gerusalemme, si trova nella chiesa del suo dominio a  https://medium.com/@ierosolhmitissa/the-true-story-of-the-uncreated-and-miraculous-holy-icon-of-the-most-holy-theotokos-b25e9cfebca5 Gerusalemme. Si veda  Il titolo di questo post è un adattamento di una linea di J. R. R. R. Tolkein’s, Two Towers.

Ora tutta la Chiesa Romana sa che Benedetto è il papa

di Frà Alexis Bugnolo

A mezzogiorno di oggi, 15 novembre 2019, la Chiesa di Roma è stata informata che Papa Benedetto XVI è ancora il Romano Pontefice, il Successore di San Pietro in ragione di non fare la sua rinuncia alla norma del Canone 332 §2.

Lo posso testimoniare personalmente, in tribunale, perché ho condiviso personalmente con quasi tutto il clero romano, in inglese o in italiano, la mia Quaestio scolastica dimostrando definitivamente, con 39 argomenti, che papa Benedetto non ha mai rinunciato al munus petrinum, come richiesto dal diritto canonico, dal diritto naturale, dal diritto morale, dal diritto evangelico e dal diritto divino. L’ho fatto in versione cartacea e/o via e-mail dal mio account personale.

Ho condiviso personalmente le informazioni con Sua Santità per la prima volta nel febbraio di quest’anno, nella versione inglese, e di nuovo in aprile. Poi, nel mese di ottobre, l’ho condiviso con lui di nuovo nella versione italiana. L’ho condiviso con tutti i Cardinali di Santa Romana Chiesa, che Egli ha elevato a tale dignità e che risiedono a Roma. L’ho condiviso con tutti gli uomini che sono cardinali o si pensano essere tali, che dirigono le Congregazioni della Curia romana. L’ho condiviso con il Cardinale Governatore e con il Capo della Guardia Svizzera, con i Cardinali Mueller, Brandmueller, Sarah e Burke.

L’ho condiviso con quasi tutto il clero della Chiesa romana: con il Cardinale Vicario nominato da Sua Santità e con l’uomo che esercita quel ministero su richiesta di Bergoglio. L’ho condiviso con tutti i Vescovi ausiliari di Roma, avendo personalmente consegnato a mano una copia stampata per ciascuno al Vicariato. L’ho condivisa con tutto il clero della Città, sacerdoti o monsignori, che hanno un indirizzo di posta elettronica pubblicata sul DiocesidiRoma.it (più di 650 sacerdoti in toto).

Lo condividerei con tutti i sacerdoti e diaconi che non hanno un indirizzo e-mail (che costerebbero circa 1000 euro per le spese di spedizione e stampa) ma non ho i soldi.

CHIEDO ORA L’INTERA CHIESA DI PREGARE LO SPIRITO SANTO affinché il clero della Chiesa di Roma riconosca il loro Dovere di aderire al vero Vicario di Cristo e insista affinché i CANONI DELLA CHIESA siano sostenuti e quindi depongano l’usurpatore che ogni giorno stupra la SANTA MADRE CHIESA con eresie e apostasie e scisma!

CREDITS: L’immagine in evidenza è di Frà Alexis Bugnolo che la rilascia al dominio pubblico per l’uso dei blogger. In essa si vede la Cattedrale di Roma, l’Arcibasilica del Santissimo Salvatore, la Chiesa di San Giovanni in Laterno, con il Vicariato, la Cura della Diocesi di Roma, al fianco. Foto fatto 06.12.2019.

08.12.19: Rosario di Riparazione per l’idolatria in Vaticano

Domenica 8 Dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, alle ore 18.00 abbiamo indetto una preghiera comunitaria in riparazione dell’idolatria in Vaticano e sempre più ramificata in tutto il mondo. Si reciterà il Santo Rosario contemplando i misteri Gloriosi (chi se la sente reciti il rosario completo).

Si pregherà nelle proprie case, nelle chiese, ovunque si voglia; l’importante è l’unione spirituale e l’intenzione. Molti sacerdoti e laici stanno aderendo alla nostra iniziativa. Aderisci anche tu per scongiurare i castighi derivati dall’idolatria, il peccato più grave contro Dio Padre.

Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» [Luca 4,8]

Abbiamo bisogno del tuo aiuto, coinvolgi più persone possibili!

Io credo in Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo,
Suo unico Figlio, nostro Signore,
il quale fu concepito di Spirito Santo
nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso,
mori e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra
di Dio Padre onnipotente:
di là verrà a giudicare i vivi e i morti.
Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna.
Amen.

Dio ci benedica.

CREDITS: Testo di Gloria.TV, ripubblicato con massima condivisione. Video di Youtube.com. L’immagine in evidenza da https://www.amicidilazzaro.it/index.php/la-vera-devozione-a-maria-benedetto-xvi/ senza informazione per diritto intellettuale. Tutti usati secondo il fair use.

Come DiocesidiRoma.it tace sulla Rinuncia

Mirabile visu!

Sai che la Diocesi di Roma mediante il suo sito ufficiale sull’internet non sa della Rinuncia di Papa Benedetto XVI l’11 Febbraio 2013?

No, suona incredibile!

Ma è vero! Papa Benedetto XVI l’11 Febbraio 2013 ha dichiarato che rinuncia al ministero. Ma, cosa dice DiocesidiRoma.it nella sua biografia del Papa?

nel 2005 la Sua elezione al Pontificato: 19 aprile l’inizio solenne del Suo ministero di Pastore Universale della Chiesa: 24 aprile rinuncia il 28 febbraio 2013.*

Eccolo! La parola sola: rinuncia.

Ma, rinuncia a cosa?

Evidentemente, DiocesidiRoma.it non sa!

Non lo sa?

Perché non lo sa?

Perché se dice, “rinuncia al ministero”, qualcuno potrebbe chiedere, “Ma il canone 332 §2 non richiede una rinuncia al munus?”

Inoltre, quel sito dice che Egli ha rinunciato il 28 Febbraio, quando tutti sa bene che non ha rinunciato niente quel giorno. L’11 Febbraio ha dichiarato che rinuncia al ministero dal 20,00 ore il 28 Febbraio. Ma tutti canoniste sano bene che una rinuncia è un rinunciare, non un dichiarare che si sta per rinunciare.

Cosa fanno al DiocesidiRoma.it?

Non lo so. Chiedi alla Curia presso il Laterano.

+ + +

Se Lei vuole sapere della Rinuncia, si trova tutto al PPBXVI.org, il sito che sa della Rinuncia, perché tutti hanno il diritto di sapere!

Inoltre, il DiocesidiRoma.it insulta Papa Benedetto XVI, che è chiamato “Papa Benedetto” da tutta la Chiesa per più che 6 anni. Ma il DiocesidiRoma.it chiama lui, “Joseph Ratzinger”.

Che vergogna!

_______

CREDITS: L’immagine in evidenza si sua secondo il Creative Commons License 2.0 Generic Use, che si trova al wikipedia per l’immagine https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pope_Benedict_XVI_1.jpg. Il foto è di Peter Nguyen. Il brano di testo da DiocesidiRoma.it è citato secondo la regola di fair use in referenced citations, il quale brano si trova alla pagina http://www.diocesidiroma.it/s-s-p-e-joseph-ratzinger/.